lunedì 23 gennaio 2017

Never Mind the Bollocks, Here's the Sex Cowboys. Intervista ad Adriano Giotti, il regista di "Sex Cowboys"

Con un passato da bassista in un gruppo hardcore punk, il trentaduenne regista fiorentino racconta così la sua opera prima: “Come nel punk con due accordi si riusciva a raggiungere una grande libertà d'espressione, in Sex Cowboys abbiamo cercato di sfruttare al massimo l'essenzialità dei mezzi a disposizione”.


Adriano Giotti all'inizio avrebbe voluto scrivere romanzi. L'incontro con Alessandro Baricco alla Scuola Holden però ha inaspettatamente modificato i suoi piani. Il noto scrittore aveva infatti da poco realizzato il suo film Lezione ventuno e propose agli studenti un corso pratico di regia. Da lì in avanti la vita di Adriano è cambiata. Attualmente vive tra Madrid e Roma e dopo una gran quantità di videoclip e numerosi cortometraggi, ha realizzato il suo lungometraggio d'esordio Sex Cowboys, vincitore del premio per il miglior film italiano all'ultima edizione del RIFF: una piccolissima opera indipendente incentrata su una coppia che per cercare di sbarcare il lunario riprende i propri rapporti per venderli sul web e dove il sesso viene messo in scena in maniera molto esplicita. Abbiamo incontrato Adriano, accompagnato anche dai due protagonisti Francesco Maccarinelli e Nataly Beck's.


Cos'è che ti ha davvero fatto capire che il tuo ambito era quello dell'audiovisivo e non della narrativa? Come mai hai iniziato con i videoclip?

A un certo punto, studiando alla Scuola Holden, ho toccato con mano il fatto che il cinema a differenza della scrittura è un atto collettivo e che per questo motivo mi stimolava molto di più. Avendo suonato in un gruppo musicale per diversi anni, iniziare con i videoclip mi sembrava la cosa più naturale. Attualmente ne ho girati più di ottanta, spesso per gruppi indipendenti a basso budget ma anche un paio per i Mallory Knox e gli Hermitage Green che sono stati prodotti dalla Sony. Questi video li avevo girati per dei contest e la Sony mi ha contattato per comprarli. I videoclip sono il mio metodo di sostentamento, perché se dovessi vivere di cinema sarei già morto. Il percorso che ho fatto fin dall'inizio, con i video e poi con i corti, è stato quello di scegliere di gestire in prima persona piccoli set, piuttosto che andare a fare l'assistente in grandi set inseguendo i sogni degli altri. Ho sempre preferito inseguire direttamente i miei di sogni, anche se avevo pochi mezzi a disposizione. Ora ho fatto la stessa cosa con Sex Cowboys, dove siamo riusciti a fare cinema in quattro persone più tre attori.

A proposito di Sex Cowboys, com'è nata l'idea del film e come hai scelto i due protagonisti?

Le cose che scrivo nascono sempre da un'emozione, da esperienze personali o che sento molto vicine. Mi definisco un cercatore di storie, un esploratore. Più che uno che si mette a tavolino e scrive, sono uno scrittore tipo Hemingway, che fa dell'esperienza la propria fonte di scrittura. Sapevo che Francesco e Nataly erano i due attori perfetti, sia a livello fisico che di metodo di lavoro, per incarnare i protagonisti. Tanto è vero che Sex Cowboys è iniziato a nascere dentro di me mentre guardavo la relazione che si era instaurata tra loro sul set del videoclip degli Hermitage Green, che abbiamo fatto insieme. Lavoro sempre con attori di metodo che diventano i personaggi. Questo è fondamentale per arrivare a quella verità e a quella fisicità che cerco sempre nelle mie storie.


A questo punto entrano nella conversazione anche i due protagonisti del film, per raccontare brevemente la loro esperienza sul set e con il regista.

Francesco Maccarinelli: Il fatto che noi tre ci conoscessimo bene e avessimo già lavorato insieme, ci ha portato ad avere una grande libertà di comunicazione. Credo di parlare anche a nome di Nataly dicendo che, artisticamente parlando, ci siamo sentiti costantemente protetti da Adriano. Per un film così spinto in cui la fisicità viene messa parecchio a nudo, questa è una cosa straordinaria che ti fa lavorare in maniera serena.

Nataly Beck's: Per me recitare è una cosa istintiva e ho vissuto tutto in una maniera molto naturale. Dal mio punto di vista fare scene di sesso, anche se esplicite, è come farne una in cui stai bevendo o mangiando. Non mi sono né scandalizzata né preoccupata, era tutto molto fluido e se sul set ero vestita o svestita non faceva alcuna differenza. Abbiamo lavorato molto prima di girare per entrare nei personaggi e questo mi ha aiutato molto.


Tornando a te, Adriano, il tuo film per diversi aspetti ricorda il cinema di Cassavetes.

Nel progetto di Sex Cowboys che mandavo in giro in cerca di finanziamenti c'era proprio il riferimento esplicito a Cassavetes, di cui sono un grande estimatore. Nel mio film c'è lo stesso spirito: è autoprodotto, visto che pur di realizzarlo ho investito i miei risparmi personali, e fa leva su attori con cui è stato possibile lavorare molto sul piano dell'improvvisazione. Nelle prove lavoro tanto sull'improvvisazione per tirare fuori ancora più verità di quella che posso aver scritto, perché è chiaro che nelle cose che scrivi c'è una verità intellettuale, mentre negli attori c'è una verità istintiva ed emozionale che è sempre bene cercare di sfruttare appieno.

In Sex Cowboys colpisce molto la costante vicinanza della macchina da presa ai corpi degli attori. Ti sei ispirato allo stile di qualche regista in particolare?

Il mio cinema in effetti è molto incentrato sullo stare addosso ai personaggi. La mia è una visione con, nel senso che empatizzo con i personaggi e cerco in tutti i modi di far vivere allo spettatore le cose molto da vicino. Da questo punto di vista i miei registi di riferimento sono i fratelli Dardenne. Quello che però sento di aver fatto in più in questo film è la combinazione delle riprese con la GoPro tenuta a mano dagli attori con quelle con la Red, che nelle scene di sesso dà un effetto di verità molto forte. Ovviamente per ragioni di censura non ho potuto spingere troppo. Il mio obiettivo in ogni caso non era scandalizzare ma raccontare una storia che fosse reale, anche sul piano della fisicità.

Articolo pubblicato nel numero 16 di Fabrique du Cinéma (Inverno 2016)

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